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Verstappen, il cannibale diventato stratega: come è cambiato per vincere ancora

di Andrea Sereni

A Las Vegas l’olandese ha fatto suo il quarto titolo di fila con una nuova maturità, aggiungendo la testa al talento. Verso il prossimo anno con l’obiettivo di fare cinquina, tra l’involuzione della Red Bull e la crescita di McLaren e Ferrari

Vince sempre lui. Dal 2021 la Formula 1 ha un padrone assoluto, insaziabile e spietato. La Red Bull ha perso i superpoteri, Max Verstappen no: a Las Vegas si è preso il quarto Mondiale di fila, forse il più bello. Raggiunti Vettel e Prost, solo Fangio, Schumacher e Hamilton hanno fatto meglio di lui. Si è rimboccato le maniche, ha dominato nonostante una macchina non più invincibile, ci ha messo la testa oltre al talento, una maturità inesplorata nei precedenti episodi, da fuoriclasse vero. 

È cambiato, SuperMax. Ha saputo evolversi, usare l’arte della pazienza, reagire a una rivoluzione tecnica inattesa. Spesso divisivo, anche stavolta, con la faccia cattiva per respingere l’assalto di Norris, la personalità giusta per tenere unito un team dilaniato da lotte interne e addii pesanti (come quello di Adrian Newey): il nuovo Verstappen è passato dalle 19 vittorie del 2023 alle 8 di quest’anno, eppure mai si è avuta la percezione che potesse perdere il titolo, anche quando la McLaren era debordante e lui chiuso all’angolo, in difesa. A Miami, a inizio maggio, la Red Bull ha iniziato a perdere colpi. «Sette volte su dieci non ho avuto la macchina migliore», ha sottolineato dopo il trionfo. Così Max, mai assistito dal gregario Perez, ha combattuto giro dopo giro, ogni gara, limitando i danni nelle situazioni più difficili, piazzando zampate da fenomeno quando possibile, come sull’asfalto bagnato di San Paolo. Una resistenza ad oltranza, forte di una fama che ha spaventato i rivali, difeso da una corazza costruita fin da bambino, accanto a papà Jos. 

In questo Verstappen c’è tanto del padre, manager e presenza fissa ai box. Un tipo duro, ruvido, che ha plasmato il figlio a sua immagine e somiglianza. Un modello per Max: «Senna, Schumacher, Prost? Non ho mai sentito l’esigenza di avere un idolo. L’unico è mio padre, perché so i sacrifici che ha fatto per rendere tutto questo possibile». Papà Jos, ex pilota di talento seppur mai vincente, ha costruito il figlio un po’ come Mike Agassi fece con Andre: kart nel periodo della scuola, lezioni di guida sotto la pioggia nei parcheggi dei supermercati per insegnargli il controllo, punizioni se il giovane commetteva errori. Come quando, guidando il furgone dall’Italia all’Olanda (dopo una gara di kart a Sarno, in Campania), non gli parlò per tutto il viaggio, perché Max aveva buttato via la gara nelle prime curve, dopo che Jos aveva speso giornate intere e (tanti) soldi per mettere a punto un nuovo motore. 

Spigoloso, il padre come il figlio. Bravo quest’anno a far sentire la propria leadership in Red Bull anche nello scontro tra il team principal Horner e proprio papà Jos, che lo scorso marzo ne aveva chiesto la testa. Mediatore e cannibale, due facce della stessa medaglia. Anche stratega, come al volante era la madre, Sophie Kumpen, pilota «di grande intelligenza, capace di capire il momento e ragionare in brevissimo tempo», secondo Horner. Per lei carriera finita a neanche 23 anni: «Quando mi sono sposata con Jos ho dovuto prendere una decisione — ha raccontato —. Lui era pilota di F1 e viaggiavamo tantissimo. Ho messo da parte il mio sogno, ma mi riempie di gioia quanto sta facendo ora mio figlio Max. Raggiunge i traguardi che io ho sempre sognato da bambina». 

In Olanda Verstappen è come una divinità, dopo Johann Cruyff è lo sportivo più famoso di sempre. Tutto ciò che tocca diventa oro. Il Gp di Zandvoort, quello di casa, è perennemente esaurito. Ma ha ancora tanta strada davanti a sé. Da ragazzino poteva entrare nel programma giovanile della Ferrari, ma papà Jos non sentì attorno al lui la fiducia necessaria. Garanzie che arrivarono dalla Red Bull, la squadra che l’ha preso in F3 per portarlo in F1 «quando non ero nessuno», a cui ora è leale. Nonostante un’involuzione (della vettura) palese. Toto Wolff lo voleva in Mercedes, Verstappen non ha ceduto: «È bello sentirsi dire certe cose, ma non avranno impatto su di me: voglio restare alla Red Bull».

Sotto contratto fino al 2028 — con stipendio monstre, da più di 40 milioni di dollari a stagione bonus inclusi — lo aspetta (almeno) una stagione complicata, prima dei cambiamenti delle regole (su motore, Drs e aerodinamica) che avverranno nel 2026 e potrebbero rivoluzionare le gerarchie. Che al momento sembrano definite: McLaren e Ferrari sono davanti alla Red Bull. A cambiare dovrebbe essere anche il suo compagno di squadra: Perez è ai saluti, al suo posto potrebbe arrivare il 21enne argentino Franco Colapinto. All’orizzonte per Max una nuova sfida, ambiziosa: fare come Schumacher, cinque Mondiali vinti di fila (il tedesco ci riuscì con la Ferrari tra il 2000 e il 2004). Non sarà semplice. Ma guai a scommettere contro i campioni. «Ho ancora fame», ha detto dopo Las Vegas. Una promessa, quasi una minaccia. Si salvi chi può.