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I canestri in bianco e nero di Praja Dalipagic, eroe del basket slavo

di  Alberto Bortolotti

Il ricordo di Drazen Dalipagic non può cominciare se non con una sorta di omelia cestistica del più grande santone del loro basket, il giuliano/sloveno Sergio Tavcar: “… tre campionissimi che non si possono discutere sono stati Dragan "Cobra" Kićanović, Dražen"Praja" Dalipagić e Vlade Divac. Tutti questi erano giocatori che in giornata davano la netta sensazione di essere immarcabili, caratteristica questa che distingue il campionissimo dal semplice campione. Su questi giocatori la mia convinzione è di tipo"tauceriano", cioè assoluta”.

A proposito di definizioni, a Belgrado i tifosi del Partizan li chiamavamo “Kića i Praja, pobede bez kraja” (Kića e Praja, vittorie senza fine). E, quanto alla personalità, eccovi – forse - una leggenda metropolitana: si narra che, ad un dato momento, durante la preparazione, Dalipagić si fosse recato dal granitico Professor Nikolic, il suo tecnico, a nome di tutta la squadra. “Coach,  forse sarebbe meglio che ascoltasse anche cosa vogliamo noi. Perché lei il campionato senza di noi non potrà vincerlo, mentre noi, anche senza di lei, potremmo probabilmente vincerlo ugualmente”.

Quanto al record dei 70 punti, ricordo bene quel 25 gennaio 1987, il giorno dei 70 punti. Ero in redazione a Rete 7, in attesa di realizzare il corposo “Sport Today” domenicale, il notiziario sportivo che non poteva esimersi dall’affrontare in profondità Bologna, Fortitudo e Virtus (tutte giocanti la domenica pomeriggio, il “lunch match” e la “football night” erano robe, forse, da NFL). Qualche settimana prima avevamo definito MartyByrnes, l’algido e bianchissimo straniero fatto arrivare da un Avvocato Porelli un po’ in ritirata e che avrebbe, quella domenica all’Arsenale, marcato Praja Dalipagic (salvo rari e improgrammabili momenti di zona), un “tristo”: aggettivo bolognese che significa scarso. Lui se ne infuriò ma alla fine ci dette ragione, nonostante le cure che coach Sandro Gamba applicava a quel riottoso e poco combattivo esterno. A fine stagione fu liquidato.

Stupì il tabellino che diceva 70 punti (il tiro da 3 era arrivato giusto tre stagioni prima, ma mi viene quasi da pensare che lui quel bottino lo avrebbe fatti lo stesso!) però non stupì la gragnuoladi colpi che affondò le V nere tra le calli veneziane. In fondo Dalipagic era quello che “masticava” 600 tiri in solitaria alla fine di ogni allenamento, tanto da farsi dare dal custode una copia delle chiavi della palestra perché lui, il bosniaco di Mostar quando ancora la Bosnia-Herzegovina era forse una regione dell’impero titino, voleva esercitare la caratteristica, in fondo, peculiare, della palla al cesto: il cesto, appunto. Si chiama “palla a canestro”, sto sport, lo ricordo spesso anche al mio amico Ettore Messina. E dell’essenza profonda di quello sport Dalipagic è stato probabilmente l’interprete più fedele, attento, una sorta di custode del Sacro Graal: il tiro, nel suo assolutismo e nella sua purezza tecnica e stilistica. Un manuale vivente. 

Nel 1987 Praja si era appena ritirato dalla Nazionale dei “plavi” che defunse poi, come entità, nel ’91 a Roma quando la Slovenia uscì per prima dalla Jugoslavia e Jure Zdovc fu allontanato, neanche fosse un ladro, dal ritiro capitolino. La sua generazione è precedente a quella scintillante che tanti ricordano: i Petrovic, Kukoc, Radja, Savic, Divac, Danilovic, Djordjevic e altri 100 da poter citare.

So solo che, per noi liceali che scoprivamo il colore in tv e le telecronache irriverenti di Koper/Capodistria, quasi sempre con la voce inconfondibile di Sergio Tavcar, esisteva una trimurti. Le Tre Divinità dell’epoca erano Mirza Delibasic, playmaker, DraganKicanovic, guardia, Drazen Dalipagic, ala. 

Ah, se non credete alla possibilità dei 70 punti “senza tiro da 3”, leggete questo aneddoto udinese. 46 punti, poi la settimana dopo 50, “without 3 points line”. Ma andiamo per ordine.

Durante una delle sedute di tiro il giovane assistente allenatore Colosetti ebbe modo di dire al campione di Mostar che prima di lui aveva conosciuto e allenato un suo simile, Walter Szczerbiak. 

“In una seduta di tiro con Praja gli dissi che avevo lavorato con un altro grande tiratore a Udine: Walter”. Lapidaria la risposta dello stupito Dalipagic: “Sì, grande mano, ma io sono più completo perché gioco anche in uno contro uno e mi creo il tiro”.

Ancora il coach: “Drazen ci ha portati in A1 vincendo il titolo di capocannoniere e segnando 46 punti contro Perugia e 50 contro Reggio Emilia nelle ultime due gare decisive, quando non c’era ancora il tiro da tre e lui era già trentaduenne. Quarant’anni fa la carriera non durava come ora fino quasi alla quarantina di età. Cinque o sei anni prima Dalipagic era all’apice, quando vinceva Mondiali e Olimpiadi era infermabile. Era nel pieno del vigore atletico a 27 o 28 anni, mentre a 32 giocava di tecnica nel tiro. Non era un gran difensore, ma, se stimolato, difendeva anche”.