I canestri in bianco e nero di Praja Dalipagic, eroe del basket slavo
di Alberto Bortolotti
Il ricordo di Drazen Dalipagic non può cominciare se non con una sorta di omelia cestistica del più grande santone del loro basket, il giuliano/sloveno Sergio Tavcar: “… tre campionissimi che non si possono discutere sono stati Dragan "Cobra" Kićanović, Dražen"Praja" Dalipagić e Vlade Divac. Tutti questi erano giocatori che in giornata davano la netta sensazione di essere immarcabili, caratteristica questa che distingue il campionissimo dal semplice campione. Su questi giocatori la mia convinzione è di tipo"tauceriano", cioè assoluta”.
A proposito di definizioni, a Belgrado i tifosi del Partizan li chiamavamo “Kića i Praja, pobede bez kraja” (Kića e Praja, vittorie senza fine). E, quanto alla personalità, eccovi – forse - una leggenda metropolitana: si narra che, ad un dato momento, durante la preparazione, Dalipagić si fosse recato dal granitico Professor Nikolic, il suo tecnico, a nome di tutta la squadra. “Coach, forse sarebbe meglio che ascoltasse anche cosa vogliamo noi. Perché lei il campionato senza di noi non potrà vincerlo, mentre noi, anche senza di lei, potremmo probabilmente vincerlo ugualmente”.
Quanto al record dei 70 punti, ricordo bene quel 25 gennaio 1987, il giorno dei 70 punti. Ero in redazione a Rete 7, in attesa di realizzare il corposo “Sport Today” domenicale, il notiziario sportivo che non poteva esimersi dall’affrontare in profondità Bologna, Fortitudo e Virtus (tutte giocanti la domenica pomeriggio, il “lunch match” e la “football night” erano robe, forse, da NFL). Qualche settimana prima avevamo definito MartyByrnes, l’algido e bianchissimo straniero fatto arrivare da un Avvocato Porelli un po’ in ritirata e che avrebbe, quella domenica all’Arsenale, marcato Praja Dalipagic (salvo rari e improgrammabili momenti di zona), un “tristo”: aggettivo bolognese che significa scarso. Lui se ne infuriò ma alla fine ci dette ragione, nonostante le cure che coach Sandro Gamba applicava a quel riottoso e poco combattivo esterno. A fine stagione fu liquidato.
Stupì il tabellino che diceva 70 punti (il tiro da 3 era arrivato giusto tre stagioni prima, ma mi viene quasi da pensare che lui quel bottino lo avrebbe fatti lo stesso!) però non stupì la gragnuoladi colpi che affondò le V nere tra le calli veneziane. In fondo Dalipagic era quello che “masticava” 600 tiri in solitaria alla fine di ogni allenamento, tanto da farsi dare dal custode una copia delle chiavi della palestra perché lui, il bosniaco di Mostar quando ancora la Bosnia-Herzegovina era forse una regione dell’impero titino, voleva esercitare la caratteristica, in fondo, peculiare, della palla al cesto: il cesto, appunto. Si chiama “palla a canestro”, sto sport, lo ricordo spesso anche al mio amico Ettore Messina. E dell’essenza profonda di quello sport Dalipagic è stato probabilmente l’interprete più fedele, attento, una sorta di custode del Sacro Graal: il tiro, nel suo assolutismo e nella sua purezza tecnica e stilistica. Un manuale vivente.
Nel 1987 Praja si era appena ritirato dalla Nazionale dei “plavi” che defunse poi, come entità, nel ’91 a Roma quando la Slovenia uscì per prima dalla Jugoslavia e Jure Zdovc fu allontanato, neanche fosse un ladro, dal ritiro capitolino. La sua generazione è precedente a quella scintillante che tanti ricordano: i Petrovic, Kukoc, Radja, Savic, Divac, Danilovic, Djordjevic e altri 100 da poter citare.
So solo che, per noi liceali che scoprivamo il colore in tv e le telecronache irriverenti di Koper/Capodistria, quasi sempre con la voce inconfondibile di Sergio Tavcar, esisteva una trimurti. Le Tre Divinità dell’epoca erano Mirza Delibasic, playmaker, DraganKicanovic, guardia, Drazen Dalipagic, ala.
Ah, se non credete alla possibilità dei 70 punti “senza tiro da 3”, leggete questo aneddoto udinese. 46 punti, poi la settimana dopo 50, “without 3 points line”. Ma andiamo per ordine.
Durante una delle sedute di tiro il giovane assistente allenatore Colosetti ebbe modo di dire al campione di Mostar che prima di lui aveva conosciuto e allenato un suo simile, Walter Szczerbiak.
“In una seduta di tiro con Praja gli dissi che avevo lavorato con un altro grande tiratore a Udine: Walter”. Lapidaria la risposta dello stupito Dalipagic: “Sì, grande mano, ma io sono più completo perché gioco anche in uno contro uno e mi creo il tiro”.
Ancora il coach: “Drazen ci ha portati in A1 vincendo il titolo di capocannoniere e segnando 46 punti contro Perugia e 50 contro Reggio Emilia nelle ultime due gare decisive, quando non c’era ancora il tiro da tre e lui era già trentaduenne. Quarant’anni fa la carriera non durava come ora fino quasi alla quarantina di età. Cinque o sei anni prima Dalipagic era all’apice, quando vinceva Mondiali e Olimpiadi era infermabile. Era nel pieno del vigore atletico a 27 o 28 anni, mentre a 32 giocava di tecnica nel tiro. Non era un gran difensore, ma, se stimolato, difendeva anche”.
Giornata in ricordo del Prof. Eugenio Guglielmino - 30 gennaio 2025 Università di Messina Aula Magna - Dipartimento di Ingegneria
Photo Contest 2025
Con la pubblicazione del bando del PHOTO CONTEST 2025, la Fondazione PI-D. Chiesa in collaborazione con il Panathlon International, dà avvio ad un nuovo progetto di concorso fotografico..
Anche questa volta il concorso si svolgerà nell’ambito del Festival di FOTOGRAFIA EUROPEA (https://www.fotografiaeuropea.it/tema-2025/) e (https://www.fotografiaeuropea.it/fe2025-open-call/) organizzato da “Fondazione Palazzo Magnani” e con la collaborazione di “Fondazione per lo sport del Comune di Reggio Emilia”.
Rivolgiamo a tutti gli organi del Panathlon International, ai Club del PI, ai loro Referenti, e a tutti i panathleti l’invito a promuovere il concorso attraverso tutti i loro canali di comunicazione.
Il concorso ha lo scopo di diffondere la conoscenza del Panathlon International e diffondere sentimenti ed emozioni fra i giovani sportivi. L’iscrizione è gratuita e sono previsti importanti premi.
Il successo del concorso dipende dalla collaborazione di noi tutti.
Il testo del Regolamento – nelle lingue italiana e inglese – è pubblicato nel sito web del Panathlon International (https://www.panathlon-international.org/index.php/it-it/fondazione-domenico-chiesa/2025-photo-contest)
Assemblea Generale Straordinaria del Panathlon International – modalità telematica – sabato 14 dicembre ore 15.00
Si è tenuta per la prima volta nella storia del Panathlon International, l’Assemblea Generale Straordinaria in modalità telematica. L’evento si è svolto sabato 14 dicembre alle ore 15:00 (CET), con la partecipazione di ben 196 panathleti, riuniti per discutere il punto principale all’ordine del giorno: l’aumento delle quote di affiliazione al PI per il prossimo biennio. Il Presidente Giorgio Chinellato ha dato avvio ai lavori, nominando il Vice Presidente, il Segretario e gli scrutatori, e ha illustrato le motivazioni che hanno spinto il Consiglio Internazionale a proporre l’aumento. Tra le ragioni principali sono state evidenziate: la necessità di sostenere le attività internazionali del PI, comprese l’espansione e nuovi progetti; l’assenza di incrementi delle quote da oltre vent’anni; l’opportunità di riallineare la quota agli effetti dell’inflazione e di compensare le perdite di incassi dovute alla diminuzione del numero dei soci.
Numerosi Club italiani, americani ed europei hanno espresso il loro sostegno alla proposta, riconoscendo la complessità del momento per i Club, ma comprendendo l’importanza di garantire il proseguimento delle iniziative internazionali. Queste motivazioni non sono state condivise da una parte del Movimento. Alcuni problemi tecnici nella ricezione delle e-mail di voto, talvolta inviate non corrette, hanno provocato un piccolo ritardo nelle operazioni di voto. Questa la sintesi: su 161 club iscritti e 156 ammessi al voto, solo 136 hanno espresso la loro preferenza - 75 contrari; 56 favorevoli; 5 astenuti di cui 2 schede bianche
Il Presidente, preso atto della decisione dell’Assemblea, ha dichiarato che il lavoro del PI verrà riorganizzato alla luce di questa scelta. Ha poi rivolto un ringraziamento speciale a tutti coloro che hanno contribuito con impegno al lavoro dei mesi precedenti e ai partecipanti per la loro presenza.
Concludendo, il Presidente ha formulato i migliori auguri per un Buon Natale e un Felice Anno Nuovo, dichiarando chiusa l’Assemblea alle ore 17:15.

Good Governance” - “Development & Solidarity”- IV Webinair organizzato dal CIO per il 2024
Lo scorso 11 dicembre il Panathlon International, il Segretario Generale Callo Simona insieme a Rossi Monica Segretaria Amministrativa, hanno partecipato al quarto ed ultimo webinar organizzato dal CIO per il 2024 dedicato alla “Good Governance”. In questa occasione il Focus era “Development & Solidarity”. Oltre al PI erano in collegamento erano presenti altri 40 partecipanti rappresentanti di Federazioni e Associazioni Sportive. Il suggerimento che è nato dopo l’incontro è di creare un programma di Good Governance per prossimo il quadriennio 2025/2028.
Ecco i punti principali trattati che sono ben specificati anche nel Codice Etico del CIO:
Distribuzione delle risorse
Le risorse finanziarie generate dallo sport devono essere reinvestite nello sport, con particolare attenzione allo sviluppo dello stesso e al sostegno diretto o indiretto degli atleti. I proventi finanziari devono essere assegnati in modo equo ed efficiente per garantire gare equilibrate e attrattive, devono essere dedicati a promuovere uno sport equo, inclusivo e diversificato, con un'attenzione particolare alla parità di genere. Le risorse finanziarie devono essere utilizzate attraverso processi chiari e trasparenti, allineati agli obiettivi di sviluppo dello sport ed il principio di solidarietà deve essere un elemento fondamentale nel ripartirle.
Per garantire una gestione responsabile dei fondi, devono essere istituiti meccanismi specifici che consentono di monitorare e valutare l'utilizzo delle risorse da parte dei beneficiari.
Il CIO per tutti questi motivi, controllerà l’uso dei fondi elargiti a 3 livelli ben definiti.
Responsabilità Ambientale e Sociale
Tutte gli organismi sportivi dovranno impegnarsi a minimizzare gli impatti negativi e a massimizzare quelli positivi responsabilizzandosi attraverso anche l’organizzazione di eventi, promuovendo l'uguaglianza di genere, l'inclusione e la diversità; rispettare e promuovere i diritti umani; perseguire l'eccellenza ambientale.
Collaborazione tra Organizzazioni Sportive e Autorità Governative
Le organizzazioni sportive e le autorità governative devono collaborare e coordinare le loro azioni, rispettando le reciproche giurisdizioni e responsabilità, evitando interferenze indebite. Questa collaborazione deve favorire lo sviluppo dello sport a tutti i livelli; sostenere e proteggere gli atleti, contrastando il doping, ogni forma di manipolazione, la corruzione nello sport, così come molestie, abusi e violenze; utilizzare lo sport come strumento per proteggere i giovani dalla criminalità.
I programmi di sviluppo sportivo devono essere progettati per contribuire agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) ed in particolare si dovrà promuovere la creazione di partnership tra organizzazioni sportive, e lavorare per l'espansione e la manutenzione degli impianti sportivi nei Paesi in difficoltà.
Autonomia del Movimento Olimpico
Durante l’incontro si è ribadito che tutte le organizzazioni sportive devono mantenere la propria autonomia e neutralità politica nelle operazioni e nella governance. È fondamentale respingere qualsiasi forma di pressione politica, religiosa o economica che possa ostacolare il rispetto della Carta Olimpica.
Infine, le organizzazioni sportive dovrebbero cercare fonti di finanziamento che siano compatibili con i Principi Fondamentali dell'Olimpismo, promuovendo la diversificazione delle entrate per garantire la sostenibilità e l'indipendenza delle proprie attività.
Insomma, la “good governance” è un'opportunità per consolidare la credibilità. Abbiamo tutti un ruolo da svolgere nei confronti della nostra organizzazione e dei nostri soci.
Durante il Webinar sono intervenuti, portando la loro esperienza nell’attuazione degli adempimenti dei punti fondamentali sulla Good Governance, William Glenwright, Responsabile dello sviluppo globale del Consiglio Internazionale del Cricket, Julie Marks (Gruppo di lavoro sulla sostenibilità) e Saurav Ghosal (co-Presidente, Commissione Atleti) per World Squash Federation.
La riunione è terminata con la promessa di nuovi webinar durante il 2025.
Per ulteriori informazioni questo è il link https://www.ipacs.sport/news/good-governance-webinars-conclude-successfully
Euro News 26 e 27 novembre 2024 - Bruxelles “Beactive Awards”
Martedì 26 novembre si è svolta la serata di gala dei “beactive awards” alla presenza di Ahrenkilde Hansen, direttore generale per l'Istruzione, la gioventù, lo sport e la cultura della Commissione europea, e Floor Van Houdt, capo dell'unità Sport dell'EAC.
Paul Standaert ha partecipato alla serata di gala e al debriefing in rappresentanza del Consiglio internazionale e del Presidente Chinellato.
Durante la serata di gala sono stati consegnati quattro premi.
Il Prof. Em Thierry Zintz, membro della commissione scientifica del Panathlon, è stato membro della giuria che ha assegnato un premio a:
- Sport Union Austria, Premio per l'istruzione
- Metropole de Lyon Francia, Premio per il luogo di lavoro
- Fundacj Rozwoju Sportu Polonia, premio Across Generation
- Allessio Bernabò Italia, Premio Eroe Locale
La serata è stata seguita da un interessante discorso programmatico dell'ex oro olimpico della scherma, la dottoressa Diana Bianchedi, Chief Strategy Planning &Legacy Milano Cortina 2026.
Come sempre, questo evento è stato un'ottima occasione per entrare in contatto con gli appassionati di sport dei Paesi dell'UE.
La mattina seguente si è tenuto il debriefing della Settimana europea dello sport 2024. Anche quest'anno è stato battuto il record di partecipazione.
In 24 Paesi, 15 milioni di persone hanno partecipato a uno dei 50.000 eventi.
Il Panathlon International è partner di EWOS dal 2015. Dal 2020 i club di PI hanno accelerato la loro partecipazione e i Panathlon Club italiani sono in testa. Più di 20 club italiani hanno organizzato un evento con la partecipazione di EWOS.
Paul Standaert è grato a tutti i club e ai loro presidenti per aver aderito a questa iniziativa europea.
È stato presentato il piano di lavoro per il periodo 2024-2027, incentrato su tre settori:
- integrità e valori nello sport
- dimensione sociale, economica e sostenibile dello sport
- Partecipazione allo sport e attività fisica salutare.
Nel 2025 l'UE celebrerà il 10° anniversario di questa grande iniziativa. Poiché questo sarà un anno speciale per l'EWOS, il Panathlon potrebbe sviluppare un'iniziativa comune che unisca i club di tutta Europa nell'EWOS 2025.

La gioventù al potere: al 35enne arbitro francese Letexier il Premio Campanati
Il più giovane a dirigere la finale del campionato europeo di calcio: “Una bellissima sorpresa la designazione così come il Premio. Mi ispiro al connazionale Vautrot”
di Fabio Monti
Giulio Campanati, milanese, classe 1923, rimane una delle personalità più rilevanti del mondo arbitrale non soltanto italiano. Prima tessera nel 1940, fischietto internazionale dal 1957, dirige 166 partite in serie A dal 1952 al 1966, quando decide di chiudere in largo anticipo la carriera, per iniziare una lunga e prestigiosa carriera dirigenziale. Componente della commissione arbitrale di FIFA e UEFA dal 1968 al 1992, è stato designatore di serie A dal 1968 al 1972 e presidente dell’Associazione italiana arbitri per 18 anni dal 1972 al 1990. Tutto questo non gli ha impedito di affermarsi anche come imprenditore: la sua impresa di mosaici ha curato il rifacimento della pavimentazione della Galleria Vittorio Emanuele nel cuore di Milano e la facciata della Rinascente di piazza Duomo.
Una figura così rilevante non poteva essere dimenticata ed è per questo che tre anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2011, è nato il premio «Giulio Campanati», destinato al miglior arbitro dell’Europeo o del Mondiale, distintosi per la qualità delle direzioni durante questi tornei. Il premio così scattato nel 2015 in coincidenza con la Coppa del mondo in Brasile, per scelta dell’Associazione «Amici di Campanati» e della sezione degli arbitri di Milano, con il supporto della Federcalcio e la regia del figlio, Giorgio e l’impulso di un’altra figura fondamentale del mondo arbitrale, Cesare Gussoni. Nell’albo d’oro, si trovano i nomi di Nicola Rizzoli, scelto nel 2014, dopo aver arbitrato la finale tra Germania e Argentina (finita ai supplementari con la vittoria dei tedeschi per 1-0) e nel 2016, dopo l’ottimo Europeo, culminato con la semifinale Francia-Germania 2-0; dell’argentino Nestor Pitana, il fischietto della finale moscovita tra Francia e Croazia (4-2); dell’olandese Bjorn Kuipers, che aveva diretto a Wembley l’ultimo atto di Euro 2020, Italia-Inghilterra decisa ai rigori a favore degli azzurri e di Daniele Orsato, reduce da un grande torneo in Qatar, concluso con la semifinale fra Argentina e Croazia (3-0).
Domenica 17 novembre, prima dell’inizio di Italia-Francia (1-3), ultima partita di Nations League, sul prato di San Siro il premio 2024 è andato al francese François Letexier, protagonista di un grande Europeo in Germania, dove ha diretto Croazia-Albania (2-2), Danimarca-Serbia (0-0) e Spagna-Georgia (4-1, ottavi di finale), prima di superare la concorrenza e di essere scelto dal designatore UEFA, Roberto Rosetti, a dirigere la finale di Berlino tra Spagna e Inghilterra (2-1 il risultato finale, 14 luglio). La decisione dell’UEFA e quella della giuria del premio Campanati, giunto alla sesta edizione, hanno un significato preciso, perché Letexier, bretone di Bédée, nato il 23 aprile 1989, protagonista anche ai Giochi Olimpici di Parigi, è diventato il più giovane arbitro di sempre a dirigere una finale dell’Europeo. Puntare sui giovani per un arbitraggio sempre più in linea con i tempi e con le nuove indicazioni regolamentari, Var compreso, perché è evidente che non si dirige più da soli, anche se l’ultima decisione spetta sempre all’arbitro di campo: questa è l’indicazione che ha fornito la Federcalcio europea. Del resto, il fischietto francese è sempre andato di corsa: esordio in Ligue 1 il 23 gennaio 2016 (record), internazionale dal 1° gennaio 2017, Var nella finale di Europa League del 26 maggio 2021 (Villarreal-Manchester United, con Clêment Turpin arbitro centrale), debutto in Champions League il 14 settembre 2021 (Young Boys-Manchester United). Letexier è stato il secondo arbitro francese a dirigere la finale dell’Europeo, dopo Michel Vautrot, il fischietto di Olanda-Unione Sovietica (2-0) del 25 giugno 1988, a Monaco di Baviera. E non è un caso che si sia realizzato questo passaggio di testimone, perché, come ha spiegato lo stesso Letexier, «Vautrot è da sempre un punto di riferimento per noi ed è proprio al suo modo di dirigere e di rapportarsi con i giocatori che ho sempre cercato di ispirarmi».
Presente il presidente della Federcalcio italiana, Gabriele Gravina, è stato proprio Orsato a consegnare il premio a Letexier, che non ha nascosto la sua emozione: «Sono onorato di ricevere questo riconoscimento e lo sono per tre motivi: perché è il frutto di quanto fatto all’Europeo, insieme con la mia “squadra”; per l’importanza del premio; perché in passato questo riconoscimento era stato assegnato a grandi arbitri. La notizia del premio, quando mi è stata comunicata, ha rappresentato una sorpresa tanto quanto quella di essere stato designato per la finale di Euro 2024». E ha spiegato il suo rapporto con il Var: «Per noi è uno strumento di grande utilità. In termini generali, non ha cambiato il nostro modo di arbitrare, perché il nostro obiettivo è sempre stato quello di dare il massimo, sbagliando il minimo. Però in caso di decisione errata, quella rimaneva e qualche volta io ho dormito male, pensando all’errore commesso. Adesso tutti gli arbitri di campo sanno che c’è un’ancora di salvezza ed è un bel sollievo. Non bisogna prendersela se si viene corretti dal Var, l’importante è che il risultato finale sia al di sopra degli errori».
La storia di Letexier non finisce qui, anzi e non è detto che non possa essere scelto una seconda volta, in coincidenza con il Mondiale 2026.
Verstappen, il cannibale diventato stratega: come è cambiato per vincere ancora
di Andrea Sereni
A Las Vegas l’olandese ha fatto suo il quarto titolo di fila con una nuova maturità, aggiungendo la testa al talento. Verso il prossimo anno con l’obiettivo di fare cinquina, tra l’involuzione della Red Bull e la crescita di McLaren e Ferrari
Vince sempre lui. Dal 2021 la Formula 1 ha un padrone assoluto, insaziabile e spietato. La Red Bull ha perso i superpoteri, Max Verstappen no: a Las Vegas si è preso il quarto Mondiale di fila, forse il più bello. Raggiunti Vettel e Prost, solo Fangio, Schumacher e Hamilton hanno fatto meglio di lui. Si è rimboccato le maniche, ha dominato nonostante una macchina non più invincibile, ci ha messo la testa oltre al talento, una maturità inesplorata nei precedenti episodi, da fuoriclasse vero.
È cambiato, SuperMax. Ha saputo evolversi, usare l’arte della pazienza, reagire a una rivoluzione tecnica inattesa. Spesso divisivo, anche stavolta, con la faccia cattiva per respingere l’assalto di Norris, la personalità giusta per tenere unito un team dilaniato da lotte interne e addii pesanti (come quello di Adrian Newey): il nuovo Verstappen è passato dalle 19 vittorie del 2023 alle 8 di quest’anno, eppure mai si è avuta la percezione che potesse perdere il titolo, anche quando la McLaren era debordante e lui chiuso all’angolo, in difesa. A Miami, a inizio maggio, la Red Bull ha iniziato a perdere colpi. «Sette volte su dieci non ho avuto la macchina migliore», ha sottolineato dopo il trionfo. Così Max, mai assistito dal gregario Perez, ha combattuto giro dopo giro, ogni gara, limitando i danni nelle situazioni più difficili, piazzando zampate da fenomeno quando possibile, come sull’asfalto bagnato di San Paolo. Una resistenza ad oltranza, forte di una fama che ha spaventato i rivali, difeso da una corazza costruita fin da bambino, accanto a papà Jos.
In questo Verstappen c’è tanto del padre, manager e presenza fissa ai box. Un tipo duro, ruvido, che ha plasmato il figlio a sua immagine e somiglianza. Un modello per Max: «Senna, Schumacher, Prost? Non ho mai sentito l’esigenza di avere un idolo. L’unico è mio padre, perché so i sacrifici che ha fatto per rendere tutto questo possibile». Papà Jos, ex pilota di talento seppur mai vincente, ha costruito il figlio un po’ come Mike Agassi fece con Andre: kart nel periodo della scuola, lezioni di guida sotto la pioggia nei parcheggi dei supermercati per insegnargli il controllo, punizioni se il giovane commetteva errori. Come quando, guidando il furgone dall’Italia all’Olanda (dopo una gara di kart a Sarno, in Campania), non gli parlò per tutto il viaggio, perché Max aveva buttato via la gara nelle prime curve, dopo che Jos aveva speso giornate intere e (tanti) soldi per mettere a punto un nuovo motore.
Spigoloso, il padre come il figlio. Bravo quest’anno a far sentire la propria leadership in Red Bull anche nello scontro tra il team principal Horner e proprio papà Jos, che lo scorso marzo ne aveva chiesto la testa. Mediatore e cannibale, due facce della stessa medaglia. Anche stratega, come al volante era la madre, Sophie Kumpen, pilota «di grande intelligenza, capace di capire il momento e ragionare in brevissimo tempo», secondo Horner. Per lei carriera finita a neanche 23 anni: «Quando mi sono sposata con Jos ho dovuto prendere una decisione — ha raccontato —. Lui era pilota di F1 e viaggiavamo tantissimo. Ho messo da parte il mio sogno, ma mi riempie di gioia quanto sta facendo ora mio figlio Max. Raggiunge i traguardi che io ho sempre sognato da bambina».
In Olanda Verstappen è come una divinità, dopo Johann Cruyff è lo sportivo più famoso di sempre. Tutto ciò che tocca diventa oro. Il Gp di Zandvoort, quello di casa, è perennemente esaurito. Ma ha ancora tanta strada davanti a sé. Da ragazzino poteva entrare nel programma giovanile della Ferrari, ma papà Jos non sentì attorno al lui la fiducia necessaria. Garanzie che arrivarono dalla Red Bull, la squadra che l’ha preso in F3 per portarlo in F1 «quando non ero nessuno», a cui ora è leale. Nonostante un’involuzione (della vettura) palese. Toto Wolff lo voleva in Mercedes, Verstappen non ha ceduto: «È bello sentirsi dire certe cose, ma non avranno impatto su di me: voglio restare alla Red Bull».
Sotto contratto fino al 2028 — con stipendio monstre, da più di 40 milioni di dollari a stagione bonus inclusi — lo aspetta (almeno) una stagione complicata, prima dei cambiamenti delle regole (su motore, Drs e aerodinamica) che avverranno nel 2026 e potrebbero rivoluzionare le gerarchie. Che al momento sembrano definite: McLaren e Ferrari sono davanti alla Red Bull. A cambiare dovrebbe essere anche il suo compagno di squadra: Perez è ai saluti, al suo posto potrebbe arrivare il 21enne argentino Franco Colapinto. All’orizzonte per Max una nuova sfida, ambiziosa: fare come Schumacher, cinque Mondiali vinti di fila (il tedesco ci riuscì con la Ferrari tra il 2000 e il 2004). Non sarà semplice. Ma guai a scommettere contro i campioni. «Ho ancora fame», ha detto dopo Las Vegas. Una promessa, quasi una minaccia. Si salvi chi può.
Il tennis italiano in cima al mondo può aprire un ciclo unico nella storia dello sport azzurro
di Alberto Bortolotti
La Val Pusteria e la Val Gardena incubatrici del fenomeno Sinner. Quelle parole del 2018 alla RAI bolzanina: “Sarò numero 1”. Prende per mano i compagni e li porta sul tetto del pianeta. Drop shot, un tocco di poesia nei progressi di Jannik. Il senso di squadra cresciuto in femmine e maschi. L’impresa “oscurata” delle ragazze in Billie Jean King Cup
Gli excursus personali in Alto Adige, o Sud Tirolo come preferiscono, forse ancora, gli autoctoni, partono negli anni ’60 con i viaggi, assieme ai miei genitori, all’Ippodromo di Maia, Merano dove si correva un gran premio – di galoppo – che era pure legato a una Lotteria di Stato: e mio papà Rino lo raccontava per i lettori di Stadio. Il lungo Passirio, all’epoca, pullulava – era settembre – di chioschetti per la traubenkur, ovvero il succo d’uva come fatto terapeutico: roba da corti ottocentesche, Merano era davvero un luogo senza tempo. Successivamente, quando cominciai a lavorare anch’io, fine anni ’70, scoppiò la moda, spinta dalle Aziende di Promozione Turistica, di invitare i giornalisti agli “educational tour”; la terra al confine con l’Austria, a pochi decenni dalle bombe irredentiste di Eva Klotz, aveva un sacco di soldi da investire nel turismo. Ricordo l’urlo degli “ultras” del Brunico di hockey su ghiaccio, “Fohr, fohr, Bruneck tor”, la scoperta di knodl, kaminwurzen, kaiserschmarren e ogni altro ben di Dio, i vecchietti dei paesi che, in un italiano stentatissimo, spingevano i figli a dominarlo meglio, un legame di sangue “più con Bavaria che non con austriaci”, mi disse un frequentatore di stube a Rasun, e perfino qualche discesa dagli impianti di Sesto in Pusteria.
Ecco, più o meno in questo Tirolo nasce il bimbo della famiglia Sinner. Che avrebbe potuto essere il n. 147 della classifica di slalom gigante della FISI (o una buona C di calcio da mediano, modello Ligabue) e invece, per fortuna, sceglie di avere l’obiettivo di fare il numero 1 della classifica mondiale di tennis (e il più forte tennista della storia italiana, già, a 23 anni). Espone tutto ciò con grande chiarezza al collega Daniele Magagnin, giornalista bolzanino, dopo un (parziale) insuccesso (chi lo batte è tale Peter Heller, tedesco, career high 273 del mondo) nel Challenger di Santa Cristina in Val Gardena che lo avrebbe portato entro le prime 900 (!) racchette del globo. Era il 18 agosto 2018. “Il mio sogno è diventare numero 1 al mondo e vincere tanti slam”, afferma con apparente sicumera dopo avere raccontato che il modello suo è Andreas Seppi (sudtirolese come lui, Daviscupman azzurro, numero 18 del ranking nel 2013). Poi vince l’ITF a Bergamo, ringraziando pubblicamente i raccattapalle (non è cambiato !). Si pone anche il problema di essere apparso troppo “baldanzoso”, tanto da confidare a un amico “non sono uno ‘sborone’, ma semplicemente una persona che si pone un obiettivo”. Ed è, credo, il debutto assoluto nell’uso di un termine che è tanto bolognese quanto romagnolo, prima dei tortellini della mamma del suo ex fisioterapista, l’anzolese Jack Naldi (quel brodo, per tanti motivi, non viene più degustato. Ed è anche triste, ma giusto).
La sua pacatezza, il suo essere “capitano” silenzioso, premuroso, affettuoso, riconoscente lo rende grande tanto quanto la varietà di colpi messi ora insieme: ultimi arrivati, un drop-shot (che bello il termine inglese al cospetto del banale ‘palla corta’) mortifero e un servizio se non di livello assoluto, almeno notevole. Con la fusione di queste doti non era impossibile pronosticare il bis del successo di Davis e nemmeno la ricrescita di Matteo Berrettini, doppista di buona levatura, meglio di Jannik (il doppio non è la somma di due singolaristi, giova ricordarlo) ma soprattutto portatore di tre punti su tre match: un ri-boom figlio anche dell’attenzione da fratello che gli ha dedicato Sinner. E pazienza se il fragile Musetti del primo giorno a Malaga non si è potuto riscattare o alla solidità del doppio Bolelli-Vavassori non è stato consentito di palesarsi. Il “gestore” Volandri non ha – quasi – sbagliato un colpo.
Se possibile, le ragazze hanno fatto un’impresa, nella Billie Jean King Cup, molto più titanica. Non c’era una numero 1, non c’era un precedente (ok, c’era, ma lontano nel tempo e, Errani a parte, con altre protagoniste), mancavano exploit “alla Sinner” nel circuito. Eppure la promozione della Bronzetti a numero 2 del team azzurro, scavalcando la più titolata Cocciaretto, la grande combattività della Paolini, pur sempre numero quattro del mondo, il senso di squadra di Sara Errani e la grande pacatezza della capitana non giocatrice “Tax” Garbin hanno fatto centro. L’unico peccato è che i grandi media tv non ci abbiano creduto, ma le ragazze, terze nel ranking mondiale, hanno fatto quell’upgrade frutto soprattutto di un gruppo intoccabile come il cemento.
La racchetta, nel mondo, parla italiano. Per il mondo sportivo è una soddisfazione indicibile. Il senso del gruppo dei team maschile e femminile è superiore a quello di Cucelli/Del Bello 1 e 2 (immediato dopoguerra), Pietrangeli/Sirola/Tacchini/Gardini/Merlo (anni ’60), Panatta/Bertolucci/Barazzutti/Zugarelli (Cile ’76) e Vinci/Errani/Pennetta/Schiavone (Fed Cup 2013). Le nuove generazioni avranno tanti difetti ma, essendo fatte di gente più normale, meno originale, per nulla pazzerella, forse troppo formattata, fanno meno fatica a mettersi dietro la bandiera. Sono ottimista.
Perché? Voglio raccontarvi un segreto: non è finita.
Panathlon International-CSIT World Sports Games 2025 Award!
Anche quest’anno prosegue l’iniziativa congiunta con CSIT (Confederazione Sportiva Internazionale dei lavoratori) con l’obiettivo di incoraggiare, coordinare e promuovere lo sviluppo dell'ideale sportivo e dei suoi valori morali e culturali in tutti i Paesi in cui CSIT è presente diffondendo la conoscenza ed i principi del nostro Movimento. Il Premio Panathlon-CSIT offre a tutte le Unioni Membro CSIT dei vari Paesi la possibilità di nominare candidati che si siano distinti nel sostenere i valori etici e culturali dello sport. Con l'assegnazione di questo premio, si intende riconoscere, premiare e celebrare coloro che hanno onorato e sostenuto tali principi fondamentali attraverso il loro esempio e le loro azioni. Le candidature pervenute saranno vagliate dal Consiglio Internazionale del PI che sceglierà a chi assegnare l’importante riconoscimento nel 2025.
I premi precedenti sono stati assegnati al Presidente onorario del CSIT, Prof. Kalevi Olin, e ad Avi Sagi, entrambi premiati durante le passate cerimonie di chiusura dei Giochi Mondiali CSIT (Magari mettere il link ai giochi così si vede cosa sono) dal past-President del PI Pierre Zappelli.
Il Premio Panathlon International - CSIT World Sports Games 2025 sarà assegnato ai World Sports Games 2025 a Loutraki in Grecia.
