È la vittima numero 425 degli ultimi due anni: una strage per chi pedala.
di Matteo Contessa
Era nata in una terra di ciclisti Sara Piffer, la giovane promessa trentina delle due ruote investita e uccisa da un’automobile venerdì sulla strada Rotaliana interna che collega Mezzocorona e Mezzolombardo. Era nata a Palù di Giovo, il paese di Francesco Moser, tanto per dirne uno. E in quella terra di ciclisti se n’è andata per sempre. Presto. Troppo. Perché a 19 anni, qualunque sia la causa, è comunque troppo presto per morire. Era un’agonista, Sara, e si stava allenando insieme al fratello. Aveva iniziato la sua carriera nel Velo Sport Mezzocorona e nel 2021 si era distinta con un secondo posto nella Madison. Con il Mendelspeck Ge-Man, l'anno scorso aveva vinto a Corridonia, nelle Marche, ed era arrivata seconda nella crono trentina di Verla/Maso Roncador.
L’automobilista che l’ha investita, un signore di 70 anni, ha spiegato che stava sorpassando, ma era abbagliato dal sole e non ha visto i due ragazzi che arrivavano in direzione opposta. Pensava di darsi un’attenuante, con questa spiegazione. Si è invece gettato addosso un’aggravante: in quel tratto la carreggiata non è ampia e già un sorpasso a un’altra automobile era una manovra al limite. Se poi c’era il sole che abbagliava impedendo di vedere se qualcuno arrivava in senso inverso, allora bisognava aspettare di avere piena e chiara visuale prima di avviare la manovra.
Sara Piffer non è la ciclista numero 9 del 2025 a perdere la vita. No, Sara è la numero 425 negli ultimi 24 mesi. Una carneficina. Che in realtà non è iniziata all’inizio del 2023, va avanti da molto tempo prima se pensiamo che Michele Scarponi, insieme a Davide Rebellin senz’altro la vittima più illustre in questa lista, venne falciato mentre si allenava vicino a casa sua, nelle Marche, nell’aprile 2017. Molti ciclisti vengono investiti proprio come Sara Piffer, perché sono figure poco ingombranti nella carreggiata e pedalano ai margini della stessa. Chi è al volante pensa sempre di avere comunque lo spazio sufficiente per passare. Invece lo spazio spesso non c’è e chi è in equilibrio meno stabile ne paga sempre le conseguenze. E quasi sempre si tratta di ciclisti agonisti, perché sono loro che per allenarsi hanno bisogno di percorsi lunghi e tracciati dal fondo stradale regolare. Perciò vanno su arterie frequentate da traffico promiscuo. I cicloturisti usano invece per le loro uscite la rete sempre più ampia e diffusa di piste ciclabili interdette ai veicoli a motore.
In entrambi i casi, chi va su due ruote deve rispettare regole di sicurezza molto stringenti: casco obbligatorio, luci anteriori e posteriori sempre accese, andatura in fila indiana e il più vicino possibile al bordo della carreggiata, abbigliamento fluorescente e catarifrangenti in vari punti della bicicletta per essere visibili a distanza anche in caso di visibilità carente. Ma spesso non basta. Il Codice della Strada italiano, già nella versione precedente all’attuale, prevedeva che in caso di sorpasso debba esserci un metro e mezzo di distanza fra il mezzo a motore e la bicicletta. Ma quasi mai questa distanza viene rispettata. Poi ci sono investimenti, feriti e morti.
Qualcosa bisogna fare, per fermare questa carneficina. Ma non è più solo una questione di regole scritte. E’ una questione culturale, perché il ciclista sulla strada non può essere considerato da chi va a motore il figlio di un dio minore. Ognuno deve fare la sua parte. E il Panathlon International, che in diverse parti del mondo ha numerosi gruppi di ciclisti, non si tira certo indietro. I protocolli d’intesa, anche a a livello nazionale, sono importanti per rendere più sicura la circolazione di chi va in bici. Ma da soli non bastano se non si promuove una diversa cultura fra chi frequenta le strade con mezzi diversi.
. Serve anche altro. Un’idea molto valida sta facendosi strada da qualche tempo e proprio commentando la morte di Sara Piffer le ha dato voce forte il giornalista della Gazzetta dello Sport Luca Gialanella: bisogna partire dai corsi di scuola guida, inserendo lo studio delle regole d’ingaggio fra mezzi a motore e biciclette nei testi di preparazione alla patente e soprattutto nell’addestramento pratico obbligatorio di guida per chi la vuole prendere. Sarebbe il giusto inizio per educare le nuove generazioni di guidatori a pensare le strade come un luogo di coesistenza fra quattro e due ruote.
Intanto il pensiero del Panathlon International va a chi resta: ai suoi famigliari e in particolare al fratello di Sara che pedalava con lei e con lei non potrà più girare in bicicletta. Il dolore è straziante. E tutti quanti noi non possiamo essere solo spettatori di questa carneficina. In Italia e fuori d’Italia.